Guerre, tensioni internazionali e interne. È da questo contesto esplosivo che bisogna partire per decrittare la seconda presidenza di Donald Trump. Un mondo radicalmente diverso da quello del suo primo mandato: più frammentato, più armato, più vicino al punto di rottura. Una presidenza dai caratteri imperiali che ha sconvolto le regole del commercio internazionale e dei confini territoriali finora riconosciuti. «America First» - molto più di uno slogan elettorale - è un doppio tentativo - forse disperato - di ricostruire l'identità interna e di ridisegnare l'ordine globale con gli Stati Uniti, i loro valori, saldamente al centro. Sul piano interno, «America First» è una risposta alla disgregazione culturale, al relativismo valoriale e alla polarizzazione alimentata da ideologie come il woke. È un richiamo ai valori fondativi: uguaglianza, libertà, merito, religione, nazione. Una reazione a quella che molti percepiscono come un'America che si vergogna di sé stessa. Sul piano esterno, invece, «America First» è una dottrina di ri-allineamento strategico: rivedere i rapporti con gli alleati, ricalibrarli in funzione anticinese, perché è la Cina - più della Russia, più dell'Iran - a essere percepita come la principale fonte di instabilità globale. L'imperatore di Claudio Pagliara è un viaggio nella trasformazione dell'America e nella sfida che essa lancia al mondo, una fotografia cruda e senza fronzoli dell'oggi che ci proietta negli scenari politici, geopolitici ed economici di domani.
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