L'eros, le conseguenze dolorose che esso talvolta provoca sull'individuo che ne è dominato e sulla sua libertà interiore, e quelle – sempre aberranti – che i codici di imbrigliamento sociali, giuridici e religiosi, allestiti dalle nazioni civilizzate, determinano a danno della nostra felicità. L'utopia plausibile – perché già realtà tahitiana – di una società in cui l'unica direttiva dell'eros e l'unica barriera alla libertà sia la legge naturale, dove i piaceri che non danneggiano gli altri non siano considerati crimini. Infine, dopo l'ammonimento che l'uomo va civilizzato solo se si ha il proposito di farsene tiranno (perché i legislatori non a vantaggio dei sudditi, ma per se stessi li hanno plasmati ed educati come sono), l'ammiccante, paradossale esaltazione della «anarchia dei Calabresi... forse gli unici sui quali le lusinghe dei legislatori non hanno avuto effetto». È tutto questo, nello scintillante, arguto dialogare dei vari personaggi, il filo conduttore che stringe Ceci n'est pas un conte a Madame de la Carlière e intesse questi due splendidi, brevi racconti al Supplemento, sì da farne un compiuto trittico su eros e libertà.
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